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L’Urbanistica Peer to Peer (p2p) secondo Nikos A. Salìngaros

Venerdì 12 Aprile 2013 09:18:00  |  Urbanistica  |  

intervista di Michel Bauwens

Nella dinamica relazionale peer-to-peer, ossia da pari-a-pari, si afferma quella libertà fondamentale che consente agli esseri umani la relazione reciproca e l’agire autonomo. Può fiorire in cyber-collettività globali, ma anche a livello locale, in special modo fra le pieghe del sistema, nei luoghi in cui il controllo è meno pressante. Paradossalmente, è così possibile considerare come un sistema peer-to-peer la dinamica che si instaura nei sobborghi poveri delle città, e questo rispecchia il pensiero di nuovi urbanisti come Michael Mehaffy, Nikos A. Salìngaros e Prakash M. Apte. Loro difendono l’intelligenza collettiva e i valori costruiti organicamente dagli abitanti dei quartieri più poveri. E’ bene accennare anche ad un’altra considerazione. I metodi dell’architettura modernista sono caratterizzati spesso dall’odio per il passato, visto come qualcosa da distruggere. Ma dopo il periodo decostruttivista, post-moderno, dove si sono consentiti pastiche all’insegna del “tutto è possibile”, ora è il momento di un neo-tradizionalismo intelligente, che recupera la saggezza del passato, e si tesse criticamente con la nostra nuova sensibilità, usando modelli consolidati per generare un presente e un futuro che si evolve organicamente. Vale la pena di sostenere tali tentativi, che uniscono il meglio del passato e del presente e generano un futuro scelto liberamente, non più imposto.

INTERVISTA
MB: Nel nostro blog ci stiamo occupando del vostro lavoro a favore di un’urbanistica “peer-to-peer”. Voglio esplorare questa idea più in profondità. In primo luogo, siete d’accordo con il considerare il vostro approccio conforme all’etica “peer-to-peer”? Parlaci un po’ di te e di come hai elaborato il tuo pensiero e la tua pratica attuali. Ritieni corretto giudicare il vostro lavoro come neo-tradizionale? Quello che voglio dire è che il pre-moderno, e anche ciò che definiamo come pensiero trans-moderno, considerano entrambi il primato del valore e dell’immateriale. Una volta liberati dal rifiuto modernista nei confronti della tradizione in generale, possiamo avere una mente aperta e ispirarci liberamente a migliaia d’anni d’esperienza umana.

NAS: Alla base del mio approccio (insieme ai miei collaboratori sulle questioni architettoniche ed urbane) considero l’individuo. Ciò è certamente al centro anche dell’etica “peer-to-peer”. Rappresenta un cambiamento della regola imperante per quasi un secolo; in cui l’egemonia di un’elite auto-nominatasi ha dettato perfino le scelte di vita della gente, e anche le caratteristiche dell’ambiente costruito. Per generazioni, è stato imposto di vivere in abitazioni sgradevoli, in città con una struttura sgradevole e spesso disumana (e si potrebbe continuare con l’elenco). Varie generazioni sono state costrette ad andare contro le loro esigenze naturali e istintive in un ambiente estraneo, dovendolo accettare come “moderno” e “contemporaneo”. Questo è avvenuto a partire dagli anni ‘20 del secolo scorso. Il risultato finale è una dissonanza cognitiva estesa, che confonde gli istinti delle persone al punto che diventano molto facili da manipolare.
Possiamo valutare quanto accaduto in due modi. Volendo essere comprensivi, si può affermare che tutto ciò è il risultato di buone intenzioni, al fine di sviluppare nuovi tipi costruttivi e urbani per migliorare l’umanità e generare una società più giusta. Se invece si vuole essere più critici, si può sostenere che si è collaborato ad un esperimento di ingegneria sociale a larga scala e pericoloso, avente l’obiettivo di generare classi sociali sottomesse, consumatori da manipolare con facilità. Il risultato finale è comunque identico: un ambiente costruito disumano, fondato su un notevole dispendio di energia e pieno di nevrotici che devono sopportare lo stress urbano ed architettonico della vita attuale. I beneficiari sono i cosiddetti esperti che hanno venduto tutte le idee utopistiche e che sono stati ricompensati molto bene per il loro ruolo, oltre naturalmente a quella parte di società che ha generato tutta questa struttura urbana alienante.
Per uscire da questa situazione disastrosa — e si tratta in realtà di una filosofia e di una visione globale, non solo di scelte architettoniche — dobbiamo tornare ai valori tradizionali. Certo, le rivoluzioni sociali avvenute ai tempi della prima guerra mondiale hanno rifiutato la tradizione esattamente nel momento in cui questi nuovi “esperti” stavano vendendo le loro idee utopistiche, e quella è stata la chiave della manipolazione. La gente era pronta a rifiutare tutto il passato ed adottare un nuovo stile di vita senza tenere conto dei possibili pericoli. Se osserviamo di nuovo l’architettura e l’urbanistica dei passati 3.000 anni, troviamo soluzioni a scala umana che possono adattarsi anche alla società contemporanea. Per ora, gli attacchi continui da parte di coloro che ci accusano di tornare al passato hanno impedito di apprezzare la ricchezza delle soluzioni disponibili. Qui parlo di soluzioni a piccola scala, con tecnologia più o meno avanzate, lontane dall’abbraccio mortale della società consumistica. Inoltre sto parlando di soddisfare bisogni umani di base, quali un ambiente costruito a scala umana, un ambiente sano, che possiamo generare a basso costo ogni volta che ci liberiamo dalle “dichiarazioni” architettoniche dogmatiche o alla moda.
I modernisti hanno rifiutato tutta la tradizione, è un loro dogma fondamentale. Quindi, hanno gettato al vento soluzioni derivate da millenni di esperienza, che non possono essere mai sostituite da una qualsiasi immagine ad alta tecnologia. Alcuni dei miei amici pensano che questo sia stato semplicemente un espediente dell’industria per vendere tutto questo acciaio e vetro, prodotti in quantità enorme dalle nuove fabbriche. Con questa interpretazione, il Bauhaus si rivela semplicemente una trovata pubblicitaria a favore dei materiali industriali, paradossale se si considera che il movimento si ispirava al marxismo. Ma d’altra parte, la sinistra abbracciò con entusiasmo l’industrializzazione, allo stesso modo della società capitalistica. I paesi comunisti hanno eretto costruzioni e città mostruose e disumane con le stesse tipologie che troviamo nei paesi capitalisti. Un accordo ideologico curioso fra due antagonisti, avente come fine l’industrializzazione e l’alienazione degli esseri umani!
Le soluzioni “peer-to-peer” sono all’opposto di questa disumanizzazione. Vedo in esse un tentativo di riaffermare il valore dell’individuo ed eventualmente di permettere un’evoluzione fuori dal sistema di controllo industriale. Non ho nulla contro l’industria, ma non perdono ad essa di aver pesantemente manipolato intere popolazioni e imposto con la forza costruzioni e tipologie urbane disumane. La gente continuerà a comprare i prodotti industriali e a costruire case e città: ciò che voglio vedere è una gamma più ampia di scelte e capacità di prendere decisioni individuali. In un ruolo importante in questa rivoluzione, vedo con fiducia le ultime tecniche industriali all’avanguardia, fra cui la produzione “just-in-time”. In esse si combinano in modo inatteso tradizione e ultime possibilità tecnologiche messe a disposizione tramite Internet. Non credo che sia stato possibile pensare alla loro applicazione prima, anche solo una decina di anni fa, ma ora l’intero processo d’informazioni, lo scambio, la distribuzione, il collegamento, possono avvenire su Internet. Ecco perché sostengo in modo così deciso un ambiente di pubblicazione aperto. Le informazioni che possono cambiare la vita della gente, che possono cambiare la vita di popolazione intere, devono essere liberamente disponibili.
Ciò che non abbiamo potuto sconfiggere, finora, è il lavaggio di cervello. La maggioranza della popolazione mondiale soffre a causa di costruzioni disumane, di spazi interni ed esterni disumani, e li sta tollerando a causa di una paura di fondo. La manipolazione psicologica ci ha convinto fin dalla nascita che andare contro l’iconografia “moderna” significherà il crollo economico. Quelle immagini hanno assunto un carattere religioso nella mente delle persone. Provate solo a suggerire a qualcuno che l’acciaio ed il vetro non possano essere i migliori materiali in un deserto o in un clima polare (basti pensare soltanto alle dispersioni termiche). Non si può neppure immaginare un mondo senza le qualità iconiche dell’acciaio e del vetro, perché quell’immagine rappresenta il “progresso” a partire dagli anni ’20 del novecento. Gli abitanti delle favelas si accontentano dei materiali riciclati per costruire le loro case, ma appena se lo possono permettere, entrano in una casa disumana costruita nello stile “industriale”, spesso in un disumano palazzo multipiano, o ancora peggio, in un sobborgo socialmente morto. Quello è il loro ultimo obiettivo: traslocare dalle favelas ad un ambiente utopico ed alienante, contribuendo così al mantenimento dell’economia globale.

MB: Ti pongo ora una questione, per un istante faccio l’avvocato del diavolo. Vedo con quanta forza affermi che i modernisti sviluppano città e spazi disumani, ma mi domando se ciò non fosse, più che una reazione alla tradizione (che in fondo era già superata negli anni ‘20 del secolo scorso), piuttosto un reagire contro l’alienazione prodotta dalla civiltà industriale? Ipotizzo che ci fosse una volontà emancipatrice nel lavoro di molti, anche se per la ‘legge delle conseguenze non intenzionali’ non sono stati previsti fino in fondo i risultati di tali idee e programmi. In modo analogo, riguardo alla tradizione, questa è presente non solo nei momenti positivi e di comunità della nostra vita, ma anche nelle strutture sociali autoritarie. La mia domanda è quindi, se esaminiamo la tradizione, con che metodo si può distinguere il buono dal cattivo, con che metodo possiamo operare questa selezione? È legata al metodo dei ‘pattern’ di Christopher Alexander? Puoi illustrarci brevemente gli ultimi sviluppi, dato che non tutti i nostri lettori sono a conoscenza di tale importante lavoro. Quale altro pensiero ha ispirato il vostro lavoro? Ancora una domanda: come reagite al fatto che i “nuovi e moderni” paesi dell’Asia Orientale, sembrano ripercorrere con testardaggine gli errori che descrivete, in una dimensione forse ancora maggiore?

NAS: Ogni generazione ha reagito in un certo modo (positivo o negativo) alla tradizione e le differenti classi sociali vi si pongono con diversi atteggiamenti. È errato dedurre che soltanto le classi oppresse reagiscono negativamente alla tradizione, abbiamo visto idee, che hanno distrutto intere società, emergere da chi vi rivestiva posizioni importanti — lo ha fatto per il divertimento di farlo, come esercizio intellettuale, quelle persone erano psicopatici, o volevano “essere differenti”. Mentre i cambiamenti dopo la prima guerra mondiale potrebbero essere attribuiti ad una reazione contro la disumanizzazione industriale, ma in realtà hanno portato il mondo verso una completa alienazione, tanto che io non so se considerare tutto ciò più ironico o tragico. Qui entriamo dal progetto nel campo minato della politica.
Un criterio di verifica molto semplice può essere utilizzato per giudicare le qualità positive di elementi tradizionali: se consente all’individuo di condurre una vita più sana e piena. Non necessariamente più felice, o più giusta, poiché neanche le migliori condizioni al mondo la potrebbero garantire, ma una vita completa senza bisogno di condizionare in modo negativo altri esseri umani. Piuttosto che promesse utopiche, realizzabili soltanto da una rivoluzione — e che trasformano invariabilmente un sistema oppressivo in un altro sistema oppressivo — vedo il valore delle idee “peer-to-peer” come un dare valore ad ogni essere umano. Al contrario, la reazione all’oppressione, canalizzata in un movimento di massa, è spesso fatta propria da un’altra elite che a sua volta costruisce un’ulteriore struttura di potere.
Ovviamente, è possibile indicare un insieme di modelli (‘pattern’) utilizzati con successo per manipolare e opprimere le persone, e così è necessario un sistema di valutazione dei pattern. In campo informatico, tale metodo è molto diretto: i pattern sono quelle soluzioni che aiutano un programma a meglio funzionare, mentre gli anti-pattern sono quelle pseudo-soluzioni ricorrenti che rendono il software difettoso. Ho classificato come “anti-pattern” tutti quei modelli che permettono di manipolare le persone a favore di un piccolo gruppo. La maggior parte di ciò che vediamo oggi nell’architettura e urbanistica, ciò che viene insegnato nelle scuole e mostrato nei media, è costituito da anti-pattern. Non attribuisco a tutto ciò un’intenzione “oppressiva”, tuttavia, poiché in molti casi sono stati sviluppati realmente con le migliori intenzioni e spesso sono collegati strettamente ad ideologie che cercano l’emancipazione politica. Il loro risultato è oppressivo malgrado tutte le buone intenzioni. Tanto i professionisti cinici che quelli ingenui li applicano abitualmente, rifacendosi a proclami iniziali di “liberazione”.
Christopher Alexander ha consegnato al mondo il linguaggio dei pattern con il suo libro “A Pattern Language” (Alexander e altri, 1977) e se le persone lo avessero letto, ciò avrebbe liberato ogni individuo dai dettami tirannici della macchina architettonica ed urbana (macchina intesa come sistema oppressivo). I pattern in quel libro sono una vera liberazione, stabilendo quali siano i profondi sentimenti e le aspettative dell’umanità verso costruzioni sane e positive. Il motivo della grande importanza del linguaggio dei pattern sta nel fatto che le scuole d’architettura, i media e la maggior parte degli architetti da quasi un secolo stanno andando nella direzione opposta. E stanno giustificando il loro prodotto disumano utilizzando una imponente campagna pubblicitaria, esattamente come le bibite e i cibi “spazzatura” sono arrivati a sostituire gli alimenti genuini e nutrienti, solo perché qualcuno si arricchisce vendendoli, mentre gli stessi farebbero molto meno denaro distribuendo alimenti sani. Ora abbiamo una percentuale significativa dell’economia mondiale legata all’industria degli alimenti industriali, così come abbiamo una ancora più alta percentuale dell’economia determinata dalla costruzione di grattacieli di vetro e d’acciaio e di alienanti edifici in cemento armato. L’attuale situazione architettonica/urbana presenta un’oppressione “dolce”, dove un enorme sistema di potere, che promuove un ambiente costruito insano e disumano, è determinato da una suggestione inconscia. Soltanto in alcuni casi è utilizzato in modo evidente il potere, come nella suddivisione in zone monofunzionali, e quando le case auto-costruite sono distrutte dai bulldozer, così che qualcuno può realizzare profitti costruendo palazzi multipiano.
La situazione dei paesi asiatici che competono a livello mondiale è assolutamente tragica. Stanno accettando passivamente tutti gli inganni in origine utilizzati per vendere nei paesi occidentali tipologie architettoniche ed urbane distruttive per le città, l’anima e la cultura. Se fossimo negli anni ‘50, potremmo scusare quest’errore come mancanza d’esperienza. Ma abbiamo documentato parecchi decenni di tali errori, discussi e dibattuti ad infinitum. Perché i nuovi Stati asiatici stanno copiando i modelli urbani più errati che l’occidente abbia mai presentato? Probabilmente, il motivo è che l’occidente sta promuovendo ancora le stesse tipologie distruttive — soltanto una minoranza di noi le sta condannando, mentre il sistema ancora è legato in modo autodistruttivo alle proprie città. Abbiamo un gruppo di “esperti” occidentali che hanno raccomandato ai paesi asiatici di fare precisamente ciò che ora stanno realizzando. E quegli esperti stanno facendo fortune enormi dalla devastazione conseguente… molta gente sta approfittando finanziariamente di tutte queste costruzioni che possono alimentare l’economia di una nazione. Il prodotto, però, è tossico. Incidentalmente, molta gente non vede questo fenomeno; tutto ciò che vedono è solo eccitante, nuove costruzioni e autostrade da costruire in oriente. Si comprenderà quanto è devastante ciò che sta avvenendo quando si realizzeranno i costi energetici e ci si renderà conto della devastazione sociale.

UN’ULTERIORE SPIEGAZIONE DEL CONCETTO DI PATTERN COME MODELLO, DI NIKOS SALÌNGAROS.
L’identificazione di qualunque pattern segue gli stessi criteri di verifica tanto nell’architettura che nell’hardware o nel software (Alexander e altri, 1977; Salingaros, 2005). Un pattern rappresenta:
1. Una soluzione ad un insieme di problemi simili, che appare ripetutamente, scoperta da ricercatori e da utenti in tempi diversi e in modo indipendente.
2. Una soluzione più o meno universale attraverso applicazioni distinte, piuttosto che una soluzione che dipende fortemente da circostanze locali e specifiche.
3. Una definizione generale e semplice che considera soltanto una delle molte funzioni di un sistema complesso. Il metodo dei pattern isola i fattori di situazioni complesse in modo da risolvere ciascuno in modo indipendente, ove possibile.
4. Una regolarità che può essere scoperta o estratta esaminando a fondo delle situazioni riuscite, in uso e già sviluppate con il metodo sperimentale, anche se non vengono trattati coscientemente come pattern da chi li utilizza. Un pattern riuscito in genere è già usato in qualche situazione, forse non ovunque, ma non rappresenta una situazione utopistica o non sperimentata. Né rappresenta l’opinione di qualcuno su che cosa “dovrebbe” accadere.
5. Un pattern deve avere un alto livello di astrazione, che lo renda utile ad un livello più generale, altrimenti si è sopraffatti da soluzioni troppo particolari e così inutili in qualunque altra situazione. Un pattern avrà un qualche livello di imprecisione in modo da garantire la sua universalità.

MICHEL BAUWENS SULLA FONDAZIONE PEER-TO-PEER.
Il termine “peer-to-peer”, conosciuto da chi si interessa di informatica come P2P, è un modello decentrato (o piuttosto, distribuito) per connettere più computer da utilizzare per differenti generi di attività cooperative, ad esempio la condivisione di archivi, in particolare per la distribuzione di musica o materiale audiovisivo. Questo, però, è soltanto un piccolo esempio di che cosa è il P2P. In effetti, il P2P presenta un modello di rapporti umani, di tipo “dinamico relazionale”, che si sta generando nel campo sociale, più precisamente in presenza di “reti distribuite”. Si esprime nei processi sociali quali la produzione, il governo e nei sistemi globali di gestione comune dei diritti di proprietà.
Tali modelli egalitari di produzione, basati sulla proprietà comune, hanno altre innovazioni importanti, fra cui la possibilità di svilupparsi senza l’intervento di una qualsivoglia società. In effetti, l’importanza sempre crescente delle “comunità innovative di utenti” sta cominciando a sorpassare come capacità di innovazione il ruolo svolto delle imprese con i relativi settori di ricerca e vendita. Ciò indica che questa formula è pronta ad espandersi anche nel mondo della produzione di beni materiali, nel caso la fase di progettazione venga separata dalla produzione (insieme ad altre condizioni che andrebbero valutate più nel dettaglio). Ciò sta già producendo importanti situazioni di riferimento a livello culturale ed economico.
Stiamo discutendo anche riguardo allo sviluppo di forme di cooperazione e intelligenza collettiva. Cominciamo ad analizzare questioni fondamentali: quali siano le caratteristiche specifiche dell’ideale modello P2P, quali debbano essere la de-istituzionalizzazione (oltre i modelli organizzative rigidi e le regole convenzionali), la de-monopolizzazione (evitando l’emersione di individui o collettivi che monopolizzano il potere, quali nazioni e società) e de-mercificazione (cioè la produzione per il valore di uso, non il valore di scambio). Allo stesso tempo, questa nuova modalità sta generando nuove istituzioni, nuove forme di monopolio e nuove forme di monetizzazione/mercificazione, visto che ciò è connaturato nell’attuale modello di produzione.
In effetti, distinguiamo l’emergere di tre modelli economici ed aziendali che derivano dalla produzione egalitaria. In primo luogo, la produzione orientata alla proprietà collettiva che genera comunità relativamente indipendenti, circondate da scambi ecologici che finalmente contribuiscono a sostenere i beni comuni e le comunità. In secondo luogo, le piattaforme orientate verso la condivisione dell’espressione individuale, possedute da società: questo è il modello di Web 2.0. Per concludere, un modello di “crowd-sourcing” in cui le società stesse tentano di integrare la partecipazione ai propri valori. Una questione importante è come il controllo diretto egalitario possa coesistere e arricchire, in modo reciproco, le forme attuali di democrazia rappresentativa.
Infine rivolgiamo la nostra attenzione alla sfera culturale. Crediamo che le varie espressioni di P2P siano espressione di una mutazione culturale profonda nel campo epistemologico (conoscenza), ontologico (sensibilità ed esistenza) e axiologico (nuovi insiemi di valori), conducendo ad una nuova articolazione fra il singolo e la collettività, che denominiamo “individualismo cooperativo”. Questo rappresenta un vero mutamento epocale. Tanto da coinvolgere il campo spirituale, il dialogo delle civilizzazioni e delle religioni lontano dai dogmi: tutto ciò comporta la negazione di ogni fondamentalismo e favorisce l’emersione di gruppi cooperativi di ricerca aventi concezioni di spiritualità partecipativa.

 

Michel Bauwens è il direttore della Fondazione P2P (Peer-to-Peer).

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